Gio Ponti: l’architetto amante della civiltà che ha fatto la storia del design
   07/12/2021 09:25:58     Informazioni    Comments 0

Gio Ponti: l’architetto amante della civiltà che ha fatto la storia del design

Gio Ponti è stato uno degli architetti e progettisti più eclettici e prolifici della storia del '900. Agli inizi degli anni '30, proprio quando il concetto di design inizia a fiorire, si affaccia sulla scena italiana, per non lasciarla più. Padre del Grattacielo Pirelli e designer di grande versatilità, si dedica al progetto d’interni realizzando anche mobili-capolavoro come la sedia Superleggera. La sua produzione attraversa le decadi del ‘900 fino agli anni ‘70, contribuendo a diffondere il design italiano a livello internazionale. Molti dei modelli da lui progettati nel secondo dopoguerra sono in produzione ancora oggi e gli esemplari d’epoca che portano la sua firma sono tra i più ricercati dai cultori del modernariato



Gli esordi nella ceramica per Richard-Ginori

Gio Ponti nasce a Milano il 18 novembre 1891. Dopo il diploma al liceo classico, si iscrive alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Interrompe però gli studi e li riprenderà solo dopo la fine della prima guerra mondiale, a cui partecipa in prima linea con il grado di Capitano nel Genio Pontieri, riportando alcune decorazioni al valore militare. La passione innata per la pittura e per le arti figurative lo spinge ad esprimersi anche durante questo difficile periodo, con una serie di acquerelli che ritraggono i suoi compagni al fronte. Rientrato a Milano, si laurea nel 1921. Il suo primo incarico di rilievo è nel mondo della ceramica: dal 1923 al 1930 Ponti assume infatti la direzione artistica della Manifattura Richard-Ginori, di cui rinnova l’intera produzione. 

Giò ponti per Richard-Ginori, vaso delle donne sui fiori e delle architetture, 1925 (cerro di laveno, coll. priv.), via Wikimedia Commons Sailko CC BY-SA 4.0

Uno dei tratti distintivi del design di questo periodo è la convivenza di elementi moderni con tratti della tradizione, e la ceramica si presta particolarmente bene a questo scopo. La versatilità è uno dei tratti principali dell’approccio di Ponti. La produzione in serie stimola la sua immaginazione: la qualità di un oggetto è nella forma, e la produzione industriale è il mezzo per promuoverla. <<L'industria è la maniera del XX secolo, è il suo modo di creare>> scrive nel catalogo dell'Expo di Parigi del 1925, dove le sue porcellane si aggiudicano il Grand Prix. 



Gio Ponti e la nuova idea di casa borghese

Nel 1927, apre il suo primo studio di architettura con il collega architetto Emilio Lancia. Il tema centrale in questo periodo è una visione innovativa dell’abitazione, in cui architettura, interni e decorazione devono trovare il giusto equilibrio. Non si occupa soltanto di edifici, ma realizza anche oggetti di arredamento per la moderna casa borghese. Ponti promuove i suoi progetti attraverso un’intensa attività, fatta di intense relazioni pubbliche e campagne pubblicitarie mirate. Si occupa di industria e produzione in serie, ma anche di diffondere il suo pensiero attraverso esposizioni e mostre. Prende parte ai grandi eventi del suo tempo, come le Biennali di Monza e di Venezia

Alla III Biennale di Monza, pittori e architetti propongono esempi “per una maggiore cura dell’estetica moderna del negozio e della vetrina”. In questa occasione La Rinascente presenta la serie di mobili Domus Nova, progettati da Gio Ponti ed Emilio Lancia. Il loro intento è “fornire a prezzi modesti mobili di forme semplici, ma di ottimo gusto e studiati nei particolari”, per rinnovare lo stile di arredamento della borghesia italiana. In questo periodo, infatti, l'arredamento firmato diventa accessibile ad un pubblico più vasto, che può selezionarlo direttamente attraverso i cataloghi. L’anno successivo la serie Domus Nova verrà commercializzata da La Rinascente.

Gio Ponti ed Emilio Lancia, sala da pranzo Domus Nova, 1927, noce e ottone, via Wikimedia Commons by Sailko CC BY 3.0





La rivista “Domus” e il sodalizio con Fontana Arte

Nel 1928, insieme all’editore Giovanni Mazzocchi, Gio Ponti dà vita alla rivista Domus, “dedicata ai mondi dell’Architettura e del Design e dell’Arte”. Si tratta di un progetto che nasce quasi per gioco, come un esperimento, “un’improvvisazione milanese” destinata a inserirsi tra le più importanti pubblicazioni dedicate al tema dell’abitare. Salvo brevi interruzioni, Ponti rimarrà direttore della rivista fino alla sua morte.

L'attività di Gio Ponti negli anni ‘30 prosegue e si espande, con la partecipazione da protagonista alla IV Triennale di Monza del 1930, dove promuove la "Casa Elettrica" dei giovani razionalisti Figini e Pollini, mentre lui stesso si presenta con la "neoclassica" Casa delle Vacanze. Nel 1931 viene chiamato alla direzione artistica della Luigi Fontana e nel 1932 invita il maestro del vetro Pietro Chiesa a seguirlo. Insieme, fondano la Fontana Arte. Rinnovano la produzione dell’azienda, progettando arredi, mobili, tavoli, lampade e numerosi oggetti, tra i quali alcuni pezzi sono in produzione ancora oggi (come le lampade 0024, Bilia, Pirellina, Pirellone).



L’architettura che disegna lo stile di vita

Gio Ponti prende parte all'organizzazione della V Triennale di Milano del 1933 (la "sua" Triennale) e riceve in questi anni numerosi riconoscimenti sia nazionali che internazionali. Diventa docente del corso di interni, arredamento e decorazione presso il Politecnico di Milano (1936-1961). In questo periodo termina il sodalizio con Emilio Lancia e prende avvio l'associazione con gli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini (1933-1945), da cui nasceranno importanti e nuovi progetti. Con Bernard Rudofsky, conosciuto nel 1938, Ponti svilupperà nella decade successiva una “nuova fase progettuale”, che ha come punto di riferimento un'ideale architettura mediterranea.

<<Il cosiddetto “comfort” non è nella casa all'italiana solo nella rispondenza delle cose alla necessità, ai bisogni, ai comodi della nostra vita ed alla organizzazione dei servizi. Codesto suo “comfort” è in qualcosa di superiore: è nel darci con l'architettura una misura per i nostri stessi pensieri, nel darci con la sua semplicità una salute per i nostri costumi, nel darci con la sua larga accoglienza il senso di una vita confidente e numerosa, ed infine, per quel suo facile, lieto e ornato aprirsi fuori e comunicare con la natura, è nell'invito che la casa all'italiana offre al nostro spirito di ricrearsi in riposanti visioni di pace, nella solare natura; che consiste nel pieno senso della parola italiana, il conforto.>> (Gio Ponti: da “Amate l’Architettura”)

Anni ‘50: la seconda giovinezza di Gio Ponti nei suoi capolavori

Gio Ponti è nei suoi sessant'anni, quando vive una nuova giovinezza professionale che lo porta a creare senza sosta. Sono gli anni ‘50: un momento eccezionale in cui inizia la ripresa sociale ed economica del Paese dopo la guerra. Il design ha in questo periodo il suo maggiore sviluppo e molti progettisti si dedicano ai mobili e all'arredamento destinati a soddisfare i nuovi desideri degli italiani. La teoria della ''forma finita", punto focale dell'opera di Ponti, tocca tutti i campi della progettazione: dagli oggetti più comuni alle grandi architetture.

Nel 1956, infatti, Gio Ponti realizza il Grattacielo Pirelli a Milano. Simbolo dell’operosità di una città che si sta affacciando sulla scena internazionale, il Grattacielo Pirelli è considerato all'unanimità il punto più alto della carriera di Gio Ponti. L’architetto e designer non smette però di dedicarsi anche agli interni e nel 1957 firma la sedia Superleggera 699 di Cassina, definita da Ponti stesso uno dei suoi tre capolavori (insieme a Grattacielo Pirelli e alla Cattedrale di Taranto). 

Leggerezza, semplicità e stabilità, unite a un prezzo accessibile, sono gli elementi su cui si basa la Superleggera. Ancora una volta, Ponti sente l'esigenza di unire tradizione e innovazione, reinventando e scegliendo come punto di riferimento uno dei simboli dell’artigianato ligure fin dall’Ottocento: la sedia Chiavarina. Ponti lavora per lunghi anni a questo progetto, migliorandolo continuamente: il risultato è una sedia che unisce equilibrio, solidità e leggerezza (pesa infatti solo 1,700 grammi). Come scrive lo storico John Foot nel suo libro “Milano dopo il Miracolo - biografia di una città”, il  successo della Superleggera influenza molte aziende artigianali che iniziano ad ammodernare le loro tecniche di produzione e di vendita, pur “mantenendo gli aspetti qualitativi propri dell’artigianato”. 

Sedia Superleggera, Gio Ponti per Cassina 1957 by Sailko, CC BY 3.0 via Wikimedia Commons

Se il design degli anni ‘50 ti appassiona, e stai cercando pezzi unici di modernariato legati all'epoca in cui il design italiano ha avuto il suo maggiore impulso, può interessarti questa coppia di Sedie Chiavarine degli anni ‘50. Le puoi trovare da Unico Mercatino Smart.



Con Gio Ponti, il grande design italiano sbarca in America

L’attività di Gio Ponti negli anni ‘50 è fortemente legata all’azienda Cassina: vi lavora in stretta collaborazione con Cesare Cassina dal 1949 al 1965. Prende così avvio un nuovo modello produttivo per l’industria del mobile, basato sulla sinergia tra progettista e imprenditore. Per Cassina, Gio Ponti progetta una serie di poltrone che faranno parte dell’arredamento dei grandi transatlantici italiani Andrea Doria, Conte Grande, Conte Biancamano e Giulio Cesare. 

Per queste navi imponenti, che collegano l’Italia con le Americhe, Ponti si occupa anche interamente degli interni. I transatlantici, cattedrali del lusso, sono viste da Ponti come ad opere d’arte galleggianti, capaci di far conoscere l’eccellenza italiana nel mondo. Il loro compito, nell’idea dell’architetto, è creare un collegamento tra il Made in Italy e l’America, portando oltreoceano il più alto stile italiano. Per questo Ponti chiama a collaborare con lui artisti del calibro di Massimo Campigli, Salvatore Fiume, Fausto Melotti, ma anche grandi decoratori e artigiani come Paolo de Poli e Piero Fornasetti.

Decoro degli interni del transatlantico Andrea Doria, via Wikimedia Commons by Fornasetti,  CC BY-SA 4.0



Nel 1957 Ponti trae una somma del suo imponente lavoro, pubblicando il grande volume “Amate l'Architettura – l’architettura è un cristallo”, un libro in parte scritto per aforismi e in parte come un’autobiografia professionale in costante evoluzione, in cui la figura dell’architetto è definita “amante della civiltà”. Per Ponti, infatti, uno dei doveri dell’architetto è quello di rinnovare continuamente il suo modo di progettare, fino ad essere capace di profetizzare il futuro dell’arte.

I favolosi anni ‘60, tra architettura e grande design

In questi anni La rivista Domus, diretta da Gio Ponti, organizza le rassegne Eurodomus, con il fine di farsi promotrice della produzione del mobile in Italia. La prima Eurodomus viene organizzata a Genova nel 1966 e come tema principale ha la proposta di una casa sperimentale. La seconda, si svolge nel 1968 a Torino: in un padiglione gonfiabile realizzato in pvc vengono esposti i lavori dello studio di progettazione DDL (Jonathan De Pas, Donato D'Urbino, Paolo Lomazzi). Saranno poi realizzate altre due Eurodomus: una nel 1970 a Milano e l’ultima a Torino, nel 1971.

Negli anni Sessanta Ponti, vero cosmopolita, si sposta con i suoi viaggi in Oriente: realizza gli edifici ministeriali di lslamabad in Pakistan, una villa per Daniel Koo a Hong Kong e alcune importanti facciate per grandi magazzini a Singapore e Hong Kong. In questo stesso periodo realizza gli edifici religiosi a Milano: la chiesa di San Francesco nel 1964, e la chiesa di San Carlo Borromeo nel 1966. Continua a progettare anche arredi, in particolare le sedute che privilegiano il comfort, con forme morbide ed eleganti, a volte estrose, in perfetta armonia con lo spirito provocatorio e gioioso dell’epoca.








Gli ultimi anni di Gio Ponti: un genio creativo che non risente del tempo 

Nel 1970 Gio Ponti ha quasi 80 anni, eppure non si ferma: realizza ancora opere grandiose tra cui la Cattedrale di Taranto (1970) e il Denver Art Museum (1971). Il suo pensiero è sempre concentrato sulla casa, sull'abitare. Lavora tra gli altri al progetto di “Gabriela”, detta la poltrona di poco sedile, del 1971. Disegna stoffe, pavimenti e facciate colorate in ceramica. Nel 1978, l’amico di lunga data e orafo indipendente Lino Sabattini gli propone di collaborare al design di oggetti immaginati come sottili lastre di metallo piegate. Prende vita così una collezione di piccole sculture, dal grande impatto visivo ed emotivo, leggere e poetiche: maschere carnevalesche, forme di animali, volti che ricordano i personaggi di un mondo di fiaba. Fino all’ultimo, Gio Ponti continua a creare, disegnare e sperimentare, interpretando il mondo e la sua evoluzione. Perché, come scriveva già anni prima: 

<<L’Architettura come professione deve servire la società futura sul piano funzionale, tecnico, produttivo, economico: deve servire la felicità e le esigenze degli uomini sul piano della loro vita – aria, sole, salute, assistenza, lavoro: deve nutrire l'intelletto degli uomini sul piano dell'intelligenza e dello stile - unità, ordine, essenzialità; come arte deve nutrire l'anima degli uomini e i loro sogni sul piano dell'incanto – immaginazione, magicità, fantasia, poesia>> (da “Amate l’Architettura”, Gio Ponti). 

Sono questi i suoi ultimi anni: muore a Milano, nella residenza di via Dezza, il 16 settembre 1979, lasciando un’immensa eredità artistica che fa di lui, ancora oggi, uno dei pionieri del design italiano. I progetti di Gio Ponti hanno spesso precorso i tempi e sono intramontabili per la loro eleganza e originalità. Molte delle sue creazioni sono esposte nei maggiori musei dedicati al design. </sp

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